Fino ai primi anni ‘50 del ‘900 le attività di scavo disposte dalla Soprintendenza dei beni archeologici di Napoli si concentravano prevalentemente sui siti di Cuma, Paestum, Pozzuoli e Pompei.

Nonostante numerose testimonianze –  da Strabone (58 a.C. –  21 o 25 d. C.), Tito Livio (59 a.C. – 17 d.C.), fino allo storico tedesco di fine ‘800 Julius Beloch – suggerissero quanto meno di verificare se Ischia fosse stata effettivamente una colonia greca, l’interesse archeologico era rivolto altrove.

buchnerLe cose cambiarono quando, nel 1949, il poco più che trentenne archeologo tedesco Giorgio Buchner (1914 – 2005), già profondo conoscitore dell’isola (i genitori si erano stabiliti definitivamente a Ischia, in località Sant’Alessandro, nel 1943) ottenne la delega della soprintendenza per iniziare gli scavi in località San Montano, nel comune di Lacco Ameno.

Le operazioni cominciarono nel 1952 e insistettero sull’area fino al 1961, per poi spostarsi a metà degli anni ‘60 sulla vicina collina di Monte Vico e nella contrada di Mezzavia, in località Mazzola (sempre nel comune di Lacco Ameno).

La circostanza curiosa, quasi che le cose più importanti debbano sempre avvenire in contemporanea, è che in quegli anni l’editore milanese Angelo Rizzoli realizzava nel più piccolo comune dell’isola d’Ischia alcuni importanti investimenti alberghieri, dando il là a quella rinascita turistica del territorio che poneva fine ad un’economia di prevalente sussistenza, tra l’altro in difficoltà per via del razionamento imposto dal regime fascista e dall’accellerazione degli eventi bellici.

Rinascita economica e rinascita culturale quindi in un certo senso coincisero, se è vero, come è vero, che gli studi condotti dall’ischitano d’adozione Buchner portarono alla conclusione che fu Ischia, non Cuma, il primo insediamento greco sulle coste tirreniche.

Negli anni si è molto speculato su questo primato, spesso mistificando il valore scientifico, che rimane enorme, delle scoperte archeologiche di Buchner.

Ischia fu infatti la prima colonia della Magna Grecia, non la più importante. Del resto, lo stesso Buchner insisteva molto sul fatto che certo Calcidesi ed Eretriesi non avevano scelto di sbarcare su un’isola dall’orografia difficile e, per di più, interessata da ricorrenti fenomeni vulcanici, con lo scopo primario di farne una colonia agricola.

La tesi più plausibile, caldeggiata dallo stesso studioso, è che Ischia era stata scelta per la sua posizione strategica al centro del Mediterraneo, ottima come base d’appoggio per i commerci con la poco distante etrusca isola d’Elba.

Resta la circostanza che senza Pithecusa, la prima colonia della Magna Grecia, si sarebbero diffuse solo più tardi nel Mediterraneo occidentale le coltivazioni della vite e dell’olio, così come è un fatto che i coloni provenienti dalla lontana isola di Eubea non esitarono a insediarsi stabilmente nella più grande delle isole flegree appena si resero conto della fertilità del suo suolo vulcanico, arrivando a contare nel periodo di massimo splendore quasi 10.000 abitanti.

In assoluto però la scoperta che ha rivoluzionato l’indirizzo storico dominante fino a quel momento sulla Magna Grecia fu il ritrovamento, nel 1955, dell’ormai famosissima “Coppa di Nestore“.

IMG_7065

Si tratta di una kotyle (κοτύλη), un piccolo calice di uso quotidiano rinvenuto nella necropoli di San Montano, all’interno di una tomba a cremazione di un fanciullo di 10 anni. La coppa reca un’incisione laterale che è emerso poi essere uno dei primissimi esempi di scrittura alfabetica greca, al pari dei celebri poemi omerici.

«Νέστορος εἰμὶ εὔποτον ποτήριον ὃς δ’ ἂν τοῦδε πίησι ποτηρίου αὐτίκα κῆνον ἵμερος αἱρήσει καλλιστεφάνου Ἀφροδίτης».
[Io sono la bella coppa di Nestore, chi berrà da questa coppa subito lo prenderà il desiderio di Afrodite dalla bella corona.]

L’incisione, presumibilmente dell’ultimo quarto dell’VIII secolo a.C., ha obbligato studiosi di tutto il mondo a ridiscutere dell’origine e finalità dell’alfabeto greco, quasi sicuramente affinato per esigenze commerciali proprio da quegli euboici che per primi avevano colonizzato l’isola d’Ischia.

Oltre il dovuto apprezzamento per il rigore scientifico con cui Buchner ha condotto i suoi studi su Pithecusa, non guasta perciò un pizzico di orgoglio locale nell’apprendere, dalle parole dello stesso archeologo, che: “ancora oggi il nostro alfabeto conserva alcune caratteristiche di quello calcidese: quando scriviamo la L, con l’asta breve in basso, e usiamo il segno X per esprimere il suono ics, documentiamo inconsciamente che la scrittura oggi in tutto il mondo occidentale, deriva da quella adoperata a Pithecusa nell’VIII secolo a. C.”.

Ecco allora che se avete qualche dubbio su cosa vedere a Ischia, il museo archeologico di Pithecusa, all’interno di quella Villa Arbusto che fu dimora privata del cavaliere Angelo Rizzoli, è senza dubbio una tappa obbligata per approcciarsi alla storia millenaria dell’isola d’Ischia, la più bella del Golfo di Napoli.