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L’acquedotto dei Pilastri

L’acquedotto dei Pilastri

Sulla fontana di marmo che si trova vicino alla Chiesa Collegiata dello Spirito Santo di Ischia Ponte c’è un’epigrafe in latino che recita: “Has sudavit aquas cereris patientia curtae edocuit que famem ferre magistra sitis“. A dettarla il vescovo di Ischia Mons. Girolamo Rocca che così – siamo nel 1685 -, salutava il primo zampillo d’acqua nell’antico Borgo di Celsa proveniente dalla fonte di Buceto. In italiano “suona” in questo modo: “Queste acque si sono ottenute col sacrificio sul cibo: la sete, da buona maestra, ha insegnato a sopportare la fame”.

Oltre alla determinazione con cui portò a compimento quella mastodontica opera di ingegneria idraulica che oggi comunemente chiamiamo Acquedotto dei Pilastri, a Mons.Rocca va perciò riconosciuta, postuma, un’altra importante qualità: una sottile vena ironica che solo ha chi sa come vanno le cose terrene, quasi a presagire la personale “damnatio memoriae” di cui sarebbe stato vittima quasi un secolo dopo. Infatti, nel 1759, sulla facciata del Palazzo dell’Orologio, sempre a Ischia Ponte, fu apposta una lapide di marmo per salutare l’ultimazione dei lavori dell’acquedotto, dove però, incredibilmente, non veniva fatto cenno dell’ingegno e della dedizione del vecchio vescovo che, dalla redazione del progetto alla raccolta dei ducati necessari alla sua implementazione, si era materialmente interessato di tutto.

 D. O. M.
Aquam ex fonte Buceti
ad IV M. P. pubblico aere derivatam
labroque ex tiburtino lapide ornatam
et Turri in qua concilia fierent adpositam
Addito horario
Decuriones Pithecusani
Utendam fruendam civibus dederunt
A. MDCC LVIIII
 A Dio Ottimo Massimo – I decurioni ischitani diedero ai cittadini, perché ne usassero e godessero l’acqua derivata a pubbliche spese dalla sorgente di Buceto al quarto miglio, ed ornata di una vasca di travertino e diretta verso sì grande torre, ove si tenevano le adunanze ed aggiuntovi l’orologio. Anno 1759

Al di là di questo aspetto, certo indicativo della velocità con cui, anche all’epoca, ci si dimenticava del contributo in vita di eminenti personalità, va chiarito che i lavori erano iniziati almeno 80 anni prima che Mons. Rocca se ne facesse carico. Già nel 1580 il Vicerè di Napoli, Cardinale Antoine Perrenot de Granvelle, aveva concesso all’Università di Ischia un’importante serie di esenzioni e sgravi fiscali per la realizzazione di un’opera di ingegneria idraulica che fosse in grado di sopperire alla scomparsa della sorgente di acqua dolce del Ninfario, nei pressi della Torre di Guevara, fino ad allora l’unica che aveva dissetato il borgo di Ischia Ponte.

Si procedette così, sotto la direzione dell’allora Governatore di Ischia Orazio Tuttavilla, all’inizio dei lavori, in particolar modo allo scavo delle fondamenta dalla collina dello Spalatriello al principio della salita del borgo di Sant’Antonio. Le difficoltà nel tempo furono enormi, dal calcolo della pendenza alla larghezza della conduttura finchè, appunto, non si prese in carico la faccenda Mons. Rocca che si ispirò agli antichi acquedotti romani costruiti in pendenza, provvedendo a fare aggiungere anche una seconda fuga di archi a quella che era stata precedentemente costruita.

Ecco spiegato anche l’equivoco per cui molti attribuiscono addirittura ai romani la paternità di un’opera realizzata tra XVII e XVIII secolo, utilizzando le pietre pomici della colata dell’Arso, l’ultima eruzione dell’isola d’Ischia, datata 1302.

Oggi l’Acquedotto, oltre all’importante valore testimoniale del livello di conoscenze scientifiche del XVII e XVIIIesimo secolo è un’altro dei tanti monumenti dell’isola verde e, per di più, rappresenta anche il confine amministrativo dei comuni di Ischia e Barano.

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